La Dea Madre Mediterranea

La Simbologia

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La denominazione “Dea Madre” attribuita  a tali sculture  deriva  dal contesto  di rinvenimento,  sempre  in ambito funerario, che ha spinto gli studiosi ad ipotizzare che tali immagini possano essere una rappresentazione sacra dello spazio fisico simbolico in cui il defunto viene deposto: la terra, concepita come “generatrice” della vita e quindi come madre, nel cui grembo (la tomba ipogeica) il defunto torna ad essere accolto. Nella Dea Madre, quindi si legge la rappresentazione cultuale della maternità: la sua capacità riproduttiva le conferisce quell’ideale femminile che la rende magica, superiore, dea protettrice dei figli, dell’uomo, del focolare e, soprattutto, mediatrice tra l’umano e il divino.
L’enfasi su una parte del corpo ne accresce il suo potere e la sua funzione, così i seni parlano del potere nutritivo della dea, la vulva di quello generativo, natiche e baricentro basso ancora del suo potere vivificante. Il corpo nudo, naturalistico, esalta nelle forme della femminilità le forze procreative. Anche il materiale può contenere un valore simbolico, ad es. il marmo con il suo candore può esaltare la carne femminile della dea, così come quelle di Puisteris, possono evocare il colore del sangue e della rigenerazione.
La maggior parte delle statuine sono state rinvenute spezzate, anche negli ipogei dove la conservazione era più facile: ciò ha fatto pensare a rottura intenzionale dell’idolo della Dea Madre, come sostitutiva dello smembramento e disperdimento del suo corpo al fine di assicurare con la “disseminazione” (spargimento di semi) la riproduzione del ciclo vegetativo umano e agrario. Vi è anche una lettura più realistica in questa figura: essa rappresenterebbe la robusta sposa di un cacciatore, affaticata dalle lunghe raccolte di vegetali e deformata da continue maternità, figura che comunque si è trasformata anche concettualmente, quindi da donna a dea.